COME UNO SCARAFAGGIO SUL MARCIAPIEDE

Questa Nave – Compagnia Trepunti
COME UNO SCARAFAGGIO SUL MARCIAPIEDE
Sogno di fine stagione

Drammaturgia e regia Antonino Varvarà
Con Sara Bettella, Anna De Franceschi, Claudia Gafà e Demis Marin
Scene e luci Giovanni Milanese
Costumi Demis Marin
In collaborazione con l’Assessorato alle Attività Culturali del Comune di Venezia

A volte ci capita di sentirci inadeguati rispetto a quello che stiamo vivendo. Inadeguati perché ci aspettavamo altro dalla vita, perché è per altro che abbiamo lottato, perché gli altri non capiscono le cose che diciamo o che desideriamo fare. Così impotenti, vorremmo allora mettere in una valigia i pensieri a cui teniamo di più e i ricordi più intensi, e abbandonare il mondo. Perché il mondo ci ha ingannati, costringendoci a vivere la nostra vita “come uno scarafaggio sul marciapiede: evitati dagli sguardi degli uomini, ricercati dai loro piedi”.

Scritto e diretto da Antonino Varvarà, “Come uno scarafaggio sul marciapiede” non si ispira – contrariamente a quanto suggerisce il titolo – alla Metamorfosi di Kafka. E’ invece uno squarcio sul malessere interiore, frutto di un lungo e meticoloso lavoro di improvvisazioni e stesure sceniche, operate con i giovani attori Sara Bettella, Anna De Franceschi, Claudia Gafà e Demis Marin. “Quel malessere interiore che a qualsiasi età e in qualsiasi momento può esplodere in noi improvvisamente e inaspettato. O almeno così pare. Perché in realtà ha covato in noi per anni e anni, nutrendosi delle nostre frustrazioni e delle nostre disillusioni. E quando finalmente si manifesta e ne prendiamo coscienza, ci sembra già la morte. Ma non è ancora la morte…

foto di Tommaso Saccarola

RASSEGNA STAMPA

Onirico e sentimentale ma anche crudo e diretto, lo spettacolo evoca un ritorno: è giunto il momento per il protagonista Martin (Demis Marin) di affrontare se stesso, le sue paure, le sue emozioni, i suoi pensieri materializzati in tre figure femminili (Sara Bettella, Anna De Franceschi, Claudia Gafà) che come tre mitologiche Parche tessono il ritmo del tempo e della vita stessa, a volte bellissimo sogno, altre volte tremendo incubo. È il ‘nòstos’, il viaggio di ritorno dell’eroe: “Tornato ma resta con la nostalgia in mano, torna ma non torna”.
Voci registrate e un’attenta regia giocata su contrasti di luci ed ombre aumentano la percezione dei sentimenti che si sviluppano sul palco; solitudine, tormento interiore, inquietudine, incomunicabilità sono le sensazioni dominanti che esplodono in un crescendo finale di luci e musica.
Le pose da tableau vivant ancor più sottolineano la situazione di blocco interiore e, come in un sogno di freudiana memoria, a volte si intromettono pensieri e vicende apparentemente insensati ma che portano a galla il nostro inconscio, le nostre paure e speranze attraverso libere associazioni e flussi di coscienza: è nei sogni che vengono espressi i desideri più intimi, censurati da svegli.
In un tentativo di fuggire la vita attraverso l’ amore, il sesso, i figli, più si cercano strade alternative, più ci si ritrova ingoiati in un’esistenza priva di vie d’uscita ma, come in fondo a un vaso di Pandora lasciato aperto, restano una flebile speranza e il libero arbitrio. Ed ecco la metafora: “come uno scarafaggio sul marciapiede: evitato dagli sguardi degli uomini, ricercato dai loro piedi”.
Questa drammaturgia contemporanea, alla ricerca di risposte a domande universali, si presenta complessa, ricca di suggestioni, poetica e intensa, la regia accurata scandisce il ritmo tramite un gioco di contrasti forte-piano, luci-ombre, silenzio-suono, gli attori bravi e precisi hanno saputo appassionare il pubblico che li ha ricompensati con sinceri e lunghi e applausi.

Valentina Dall’Ara, Teatro.org

Una sorta di fermo immagine in cui Martin, il protagonista di Come uno scarafaggio sul marciapiede – Sogno di fine stagione (..) è sul punto di calpestare, per l’appunto, lo “scarafaggio” evocato dal titolo, è l’inquietudine istantanea con cui gli interpreti si congedano dal pubblico. Un lavoro a quattro voci, tutto costruito su un impietoso scavo interiore, un viaggio alle radici del disagio esistenziale che ha un protagonista maschile e tre figure femminili, a delineare il contesto ed assumere sul palcoscenico le fattezze delle diverse prospettive fra cui è combattuto Martin: ora una lo lusinga, ora l’altra lo conforta e la terza ne prende le distanze. E, al vertice, la parola poetica, densa di significati, spesso ambivalenti.(…) Un altro capitolo che il regista siciliano, da tanti anni attivo a Marghera e a Venezia, dedica nella sua drammaturgia, ai temi dell’inadeguatezza, disillusione, solitudine dell’uomo contemporaneo. Sara Bettella, Claudia Gafà e Demis Marin, i tre fondatori del gruppo Trepunti cui si affianca sulla scena Anna De Franceschi, hanno contribuito con i propri apporti originali alla nascita della drammaturgia di Varvarà che, in questa occasione, fa delle “voci di dentro” il nucleo portante del suo spettacolo (…). Applausi festosi per i giovani interpreti, più volte chiamati alla ribalta finale.

Giuseppe Barbanti, La Nuova di Venezia e Mestre

Una scena vuota, un uomo, con cappello e cappotto, in mano una valigia. Qualcosa di impercettibile fa intuire che se ne sta andando; ad accompagnare i suoi passi le musiche di Sigur Ross e una voce fuori campo, il suo pensiero interiore. Lentamente la scena si popola: tre figure, tre donne, vestite in bianco, grigio e nero occupano altrettante sedie rosse.
Le scelte cromatiche, estremamente semplici, acquistano, con lo scorrere del tempo, sempre più valore. Lo spazio, dapprima assolutamente privo di connotazione, pian piano assume un ruolo fondamentale. È il testo a creare l’immagine, un affondo tagliente e doloroso negli angoli più bui dell’animo umano, tutto quel che si vorrebbe dire e non si è mai detto; una poesia dolce carica di rinuncia e disillusione. È attraverso le parole che i pensieri prendono forma, ecco allora che la scena sembra essere un parallelo della mente dell’uomo, che rivanga il passato: tutte le sue scelte, i suoi incubi, i suoi ricordi migliori. Le tre donne altro non sono che tre momenti della sua vita, o – volendo astrarre ancor più – tre “pensieri” quasi una scala cromatica delle sfumature dei sentimenti dell’uomo. Le chiavi di lettura sono molteplici, il testo lascia aperte diverse interpretazioni, ma è sempre la parola ad avere il sopravvento.

Camilla Toso, IlTamburoDiKattrin.com

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  1. LETTERA AL NOSTRO VENTO | Questa Nave - giugno 5, 2013

    […] Prima di saltare un fosso faccio sempre alcuni passi indietro. (da Come uno scarafaggio sul marciapiede) […]

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